restituzione completa del progetto (questa pagina)
sintetizzata in un quaderno

T.R.A.M.E.
esplorare occasioni
educative

Valentino Merlo
Referente Progetto TRAME Amministrazione Comunale di Castagnito

Il nostro tempo ha ritmi troppo rapidi. Adulti e più giovani ci arrotoliamo in cose da fare, messaggi a cui rispondere, serie da vedere, “scrollando” le nostre giornate alla ricerca del prossimo contenuto imperdibile. Ma, nonostante questo, tutti apparteniamo ad una comunità, volenti o nolenti cerchiamo relazioni e incontri per crescere e dare un senso alla nostra presenza in un paese.

In questo contesto si inseriscono proposte e attività che hanno l’obiettivo di non farci dimenticare che far parte di una comunità è anche una responsabilità politica, la ricerca di senso e di benessere non è mai solo individuale, ma collettiva; ed è responsabilità degli enti locali attivare possibilità ed esperienze in questa direzione.

Trame – Tessere relazioni educative ha lavorato con questo spirito e si è mosso in tre macrodirezioni.

  1. Ha cercato di dare opportunità ai/alle giovani nei loro percorsi di avvicinamento al mondo del lavoro. Tredici giovani hanno avuto la possibilità di sperimentarsi in contesti lavorativi con l’idea che il lavoro è un valore e un aspetto importante nei progetti di vita individuali e sociali.
  2. Ha cercato di mettersi in ascolto, di incontrare le istanze e i pensieri delle e dei cittadini più giovani che troverete in questo documento. Sono tracce importanti da seguire per le future attività e proposte che i nostri territori dovranno impegnarsi a realizzare.
  3. Ha cercato di offrire spazi di crescita sia attraverso l’attività fisica, convinti che lo sport possa essere un importante contesto di amicizia e di confronto, sia attraverso i diversi laboratori sugli stili di vita (Tecnologie, Comportamenti a rischio, Affettività).

Alla fine ci ritroviamo insieme per condividere non tanto i risultati, ma una tappa di un percorso. Abbiamo prodotto beni immateriali: sensazioni, esperienze, parole e materiali, come questo libricino che avete tra le mani e che rappresenta la voce e la ricerca di un senso comune di cittadinanza e di immaginazione del futuro.

Progetto realizzato grazie alla collaborazione tra i Comuni di: Castagnito, Corneliano d’Alba, Guarene, Magliano Alfieri, Piobesi d’Alba e Priocca.
Progetto finanziato con il fondo per le politiche giovanili Regione Piemonte

TRAME nasce dalla volontà di interrogare il senso delle comunità a partire dagli sguardi, dai vissuti e dai desideri delle persone che abitano il territorio del Roero, coinvolgendo i sei comuni di Piobesi d’Alba, Corneliano d’Alba, Guarene, Castagnito, Priocca e Magliano Alfieri.

La ricerca-azione, realizzata secondo il metodo di Cultura in Movimento, non è stata intesa come una semplice raccolta di opinioni, ma come un processo partecipativo capace di mettere in relazione conoscenza, confronto e possibilità di trasformazione. Come educatori abbiamo lavorato con 10 gruppi formali e informali giovanili muovendoci verso le persone e nei luoghi del territorio.

Gli incontri sono iniziati con l’utilizzo di immagini e carte-gioco, strumenti pensati per facilitare l’espressione e permettere ai partecipanti di rappresentare il proprio rapporto con il territorio. Attraverso queste prime attività sono emersi gli spazi percepiti come significativi, le esperienze già attive, le pratiche di cura, aggregazione e partecipazione e tutte quelle azioni, spesso informali e poco visibili, che contribuiscono quotidianamente a costruire le relazioni.

Questa prima fase ha permesso di partire non da situazioni o questioni già definite dagli adulti, ma da ciò che i ragazzi e le ragazze già fanno, conoscono, desiderano e attivano. Le immagini e le carte hanno funzionato come dispositivi di avvicinamento e di racconto, aprendo discussioni non rigidamente strutturate e facendo emergere punti di vista differenti, esperienze condivise e questioni ancora da approfondire.

Successivamente, il lavoro è entrato nella fase della ricerca vera e propria attraverso due incipit narrativi:

“Se pensate al vostro territorio, non è giusto che…”
“Se pensate al vostro territorio, sarebbe bello se…”

Le due frasi hanno permesso di tenere insieme una dimensione critica e una dimensione propositiva. Da una parte, i partecipanti hanno potuto nominare possibili assenze, ostacoli e situazioni percepite come non adeguate. Dall’altra, hanno immaginato possibilità, desideri, cambiamenti e condizioni capaci di rendere i territori più abitabili, inclusivi e rispondenti ai bisogni delle persone.

Anche qui gli incipit non sono stati utilizzati per ottenere risposte rapide o uniformi, ma per attivare conversazioni, associazioni, racconti e punti di vista. Le parole dei partecipanti hanno così generato numerose suggestioni e, soprattutto, diverse e possibili piste di lavoro per la comunità tutta: temi da approfondire, luoghi da ripensare, pratiche da sostenere, relazioni da rafforzare e possibili azioni da costruire insieme, su cui inizieremo a riflettere insieme nell’evento finale.

La restituzione finale non è stata pensata come una semplice esposizione dei risultati, ma come un ulteriore momento di partecipazione e discussione pubblica. Le suggestioni emerse sono state tradotte in poster- gonfaloni, oggetti culturali capaci di rendere visibili le voci raccolte e di riportarle nello spazio comune. La restituzione diventa così un passaggio fondamentale del metodo: ciò che è stato detto nei gruppi torna alla comunità, non come risultato conclusivo e definitivo, ma come materiale per continuare a discutere e per interrogare le responsabilità delle istituzioni.

Le proposte e i temi emersi costituiscono infatti una base possibile per la costruzione di future politiche giovanili ed educative territoriali, da condividere con le amministrazioni, i servizi, le scuole, le associazioni e tutti i soggetti interessati a prendersi cura del Roero come spazio comune. Ecco gli hashtag:

# CREAZIONE DI UN “FONDO” PER INIZIATIVE GIOVANILI

Creare un fondo economico gestito direttamente da un’assemblea locale di giovani, con incarichi a rotazione e un collegamento semplice con un servizio o una persona di riferimento, per sostenere feste pubbliche, leve, momenti aggregativi e iniziative ideate e organizzate dai ragazzi e dalle ragazze.

#SETTIMANE COMUNITARIE, SPAZI ABITATIVI DI AUTONOMIA E FORMAZIONE DI ATTIVAZIONE TERRITORIALE

Sperimentare forme di autonomia giovanile attraverso alloggi condivisi, settimane comunitarie e percorsi di formazione e attivazione territoriale, capaci di intrecciare vita in comune, responsabilità, relazioni e partecipazione alla vita dei paesi.

#COME NON “PERDERSI” DOPO LE MEDIE?

Individuare modalità per mantenere vivi i legami tra ragazzi e ragazze anche dopo il passaggio alle scuole superiori, quando gli spostamenti, le nuove amicizie e gli interessi rischiano di frammentare i gruppi e indebolire il senso di comunità costruito durante l’infanzia e l’adolescenza.

#UNA QUESTIONE GENERAZIONALE?

Ripensare il coinvolgimento dei giovani nelle associazioni, nelle Pro Loco, nei consigli comunali e negli altri contesti comunitari, affinché non siano semplicemente convocati o rappresentati, ma possano partecipare realmente alle decisioni, portando competenze, idee e forme nuove di organizzazione.

#IL CIRCOLO DEL VENERDÌ SERA

Sperimentare l’apertura di un luogo di incontro informale, come un bar, un circolo o uno spazio comunitario, capace di inaugurare il fine settimana nei mesi invernali e di favorire nuove occasioni di socialità. Parallelamente, ripensare piazze, giardini e parchi attraverso installazioni sociali — tavoli, sedute, panchine e strutture temporanee — progettate insieme ai giovani per rendere gli spazi pubblici più abitabili.

#PISTA CICLABILE/TRASPORTI PUBBLICI

Affrontare il tema della mobilità giovanile nel Roero, promuovendo spostamenti sicuri in bicicletta e con altri mezzi sostenibili tra i paesi e individuando modalità per coordinare e potenziare i trasporti pubblici verso le cittadine più grandi, sia negli orari scolastici sia nelle fasce serali dedicate alla socialità e al divertimento.

#PRENDERE SPAZIO NEL DIBATTITO PUBBLICO

Riconoscere le politiche giovanili come una priorità del presente e creare spazi autonomi di espressione e comunicazione delle giovani generazioni — attraverso web radio, podcast, fanzine, video, social e collaborazioni con giornali e radio locali — per raccontare direttamente la propria quotidianità, i propri desideri e le questioni che attraversano i territori.

#GIOCO E SPORT (POPOLARE) SENZA COMPETIZIONE

Rimettere al centro il gioco libero e lo sport informale, accessibile e non competitivo, senza iscrizioni, divise o campionati, attraverso attrezzature
leggere e temporanee nei luoghi del paese. Recuperare esperienze come i tornei di zona, nei campetti e piazzette pubbliche di calcio, pallavolo e altre attività ludiche aperte a tutti e tutte.

Il processo di
ricerca-azione di
T.R.A.M.E.

Alberto Contu / Claudio Gorlier
responsabili del metodo Cultura in Movimento educatori del Circolo ARCI Cinema Vekkio Aps

Gonfaloni

con Fabio Camera (illustratore e grafico)

I Gonfaloni, sono stati pensati e prodotti dal grafico Fabio Camera che ha presentato così i suoi lavori:
“Una serie di stendardi che definiscono un nuovo modello di territorio: la città dei ragazzi e delle ragazze. Una sorta di palio non competitivo, in cui le divise, le regole e le sfide possono essere scomposte e ricomposte continuamente. Un palio in cui nessun borgo vince, ma tutti cooperano a una parata collettiva, perché ogni parola è fondamentale per definire il lessico della città delle nuove generazioni. Forme, pattern, soggetti e araldiche vengono sviluppate attraverso una palette unitaria, in modo da enfatizzare ancora di più l’unità di intenti dei singoli artwork.”
Questi oggetti culturali sono stati la rielaborazioni degli Hashtag che hanno sintetizzato e racchiuso le istanze raccolte a fatte emergere dal lavoro di Ricerca Azione.
Sportello Educativo

COSA MI FA (o non mi fa) STARE BENE con gli altri

Ascolta la voce dei ragazzi e delle ragazze

Il cosa e il come

Stefano Laffi
ricercatore sociale

Alzi la mano chi, a dodici anni, ha incontrato adulti che gli chiedessero per che cosa provava un senso profondo di ingiustizia, o come immaginava di trasformare il posto in cui viveva. Immagino poche mani alzate. Quando mai, a quell’età, ci viene offerto uno spazio pubblico in cui esercitare desideri? L’allestimento della cameretta, i regali di compleanno, qualche cedimento dei genitori su orari e cibo…: la palestra è questa. La città resta una lavagna su cui non è dato scrivere nulla, perché l’economia dei consumi ha privatizzato il desiderio. E intanto la città ha imparato a parlare il linguaggio dei divieti – cartelli, segnaletiche, avvisi che dicono che cosa non si può fare –, tanto che riesce difficile pensarla come il luogo in cui esigere diritti. In questo progetto, e nella sua mostra, immagini, simboli e didascalie dicono il contrario: raccontano che cosa chiedono ragazze e ragazzi.

Il percorso ha attraversato sei comuni e si è aperto con due formule semplici: “sarebbe bello se” e “non è giusto che”. La prima chiama in causa il desiderio, la seconda il senso di ingiustizia: due universali biografici, esperienze che tutte e tutti attraversiamo, e proprio per questo porte d’ingresso da cui nessuno resta escluso. Sono anche le due leve che a dodici anni nessuno ci chiede di usare. Quello che è emerso è stato riscritto in forma di hashtag: una lingua breve, riconoscibile, fatta per circolare. Poi le carte sono state rimescolate, ogni hashtag è stato raccontato a tutti, e ciascun gruppo ha scelto quello in cui si riconosceva di più, per tornarci sopra e approfondirlo. Un circolo aperto il venerdì sera, un piccolo fondo da gestire in un’assemblea di giovani, qualcuno a cui rivolgersi dopo le medie che sappia ascoltare e insieme decidere, una rubrica settimanale sul giornale locale, un collegamento per chi abita in collina e al buio non può scendere in paese…: sono richieste precise, spesso piccole, sempre legate a un luogo.

A chi spetta il come

Intendiamoci: sapere che cosa si desidera non basta. A quindici anni vedi la porta scardinata del campetto e dici “cambiamola”, e ignori che servono un permesso per il suolo pubblico, una certificazione, un tecnico che firmi, un preventivo. Soprattutto, non hai il potere di farlo. Ai ragazzi spetta il cosa, agli adulti il come: amministratori, gestori di spazi, educatori ed educatrici hanno il compito di tradurre un’istanza in un’opportunità. In purezza nella terra dei vini, la definizione di politica e di come si disegnano le politiche giovanili.

Perché questa traduzione riesca, conta molto il modo in cui si pone la domanda. Un conto è chiedere a un ragazzo che cosa vuole, altro
conto è chiedergli che cosa vorrebbe fare. Alla prima domanda si risponde con un sostantivo, e il sostantivo pesca in ciò che si è già visto: il McDonald’s, il centro commerciale, lo skatepark della città vicina, la sala giochi di una serie tv. È il catalogo delle cose disponibili, quello che l’economia dei consumi ci ha insegnato a desiderare, e l’esito è un trapianto: un oggetto preso altrove e calato in un luogo che non lo ha chiesto. Alla seconda domanda si risponde con un verbo – stare insieme, chiacchierare senza dover consumare, sentirsi al sicuro, non essere giudicati, fare tardi – e il verbo descrive una funzione, un uso della città, lasciando aperta la forma che potrà prendere.

Non è un’intuizione isolata. Amartya Sen, l’economista che ha ripensato la misura del benessere, distingue i beni che una persona possiede dai suoi “funzionamenti”, ciò che riesce a essere e a fare: i beni contano come mezzi, a contare davvero è la libertà di realizzare quei funzionamenti. James Gibson, psicologo della percezione, ha mostrato che l’ambiente lo percepiamo come un insieme di azioni possibili – le affordance –: un muretto è qualcosa su cui sedersi, arrampicarsi, darsi appuntamento. E Colin Ward, osservando i bambini nelle città inglesi, raccontava la loro capacità di piegare a usi imprevisti spazi progettati per altro. Tre sguardi diversi che convergono su un punto: la città si abita coniugandola. Per chi deve decidere, la differenza è pratica. Il sostantivo chiude su una sola soluzione, spesso impossibile in un paese di poche migliaia di abitanti; il verbo ne apre molte. “Stare insieme il venerdì sera senza spendere” può diventare una sala dell’oratorio, una biblioteca aperta fino a mezzanotte, un giardino illuminato, le palestre scolastiche aperte la sera (sì, si può fare, si fa). Il sostantivo arriva con un come già confezionato, preso in prestito da altri luoghi; il verbo apre all’immaginazione condivisa, ed è lì che il desiderio dei ragazzi e la responsabilità degli adulti possono incontrarsi.

A. Sen, Lo sviluppo è libertà, Mondadori, Milano 2000.
J.J. Gibson, Un approccio ecologico alla percezione visiva, il Mulino, Bologna 1999.
C. Ward, Il bambino e la città, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2000.

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